Dalla selezione degli impianti al riciclo: ecco le varie fasi

Nell’articolo precedente abbiamo parlato della raccolta differenziata, puntando la lente di ingrandimento sul sacco giallo/trasparente, detto anche multimateriale leggero, in cui vengono raccolti gli imballaggi in plastica, alluminio e acciaio. Ma quante volte, nonostante la nostra meticolosità nel separare i rifiuti, ci siamo sentiti dire “Ma cosa stai lì a fare la differenziata! Poi tanto buttano tutto insieme”. Oggi vogliamo proprio sfatare questo mito, raccontando il percorso degli imballaggi in plastica, raccolti sul nostro territorio, e i passaggi che portano poi alla loro trasformazione in un nuovo oggetto in materiale riciclato, e quindi in una nuova risorsa.

È bene sapere che di plastica non ne esiste una sola e che i contenitori che andiamo differenziare possono essere di diversi tipi: PET, PVC, PE sono infatti solo alcune delle sigle che possiamo leggere sugli imballaggi e indicano la poliedricità di questo materiale. Va da sé che le varie tipologie di plastica possono essere più facilmente riciclate se suddivise a seconda della composizione di base, PET con PET, PVC con PVC, e così via; ma in un mondo in cui è già difficile capire la differenza tra imballaggio e non imballaggio, sarebbe ancora più complicato chiedere al cittadino di separare a seconda dei diversi tipi di plastica (polimeri).

È proprio per questo motivo che corrono in aiuto gli impianti di selezione, primo fondamentale step della fase di riutilizzo-riciclo del materiale. I sacchi gialli, una volta raccolti dai mezzi di Gelsia Ambiente, vengono infatti convogliati in uno di questi impianti, in Provincia di Milano. Qui, attraverso una serie di nastri trasportatori e macchinari automatizzati, vengono dapprima estratti quei materiali (alluminio e acciaio) che seguono un altro percorso di riciclo, e, successivamente, vengono separate le plastiche rimanenti, a seconda del polimero e del colore. Ciò che ne esce, dopo adeguata pressatura, sono delle enormi balle di plastica omogenee pronte per essere inviate agli impianti di riciclo, che le comprano per poterle utilizzare nei propri cicli produttivi. E cosa succede in questi impianti? I diversi tipi di plastica suddivisa subiscono dei trattamenti che li trasformano in scagliette o in granulini, poi fusi per essere modellati facilmente in vari oggetti riciclati, anche molto diversi da come erano in origine. Alcuni esempi sono i rivestimenti, i manufatti per l’edilizia (come tubi e canaline), l’arredamento (componenti per sedie) e l’agricoltura (vasi e secchi), ma anche nuovi imballaggi o addirittura l’impiego nel campo delle fibre per creare tessuti industriali, imbottiture, pile. Ognuno di noi, in Brianza, produce circa 30 Kg di imballaggi in plastica all’anno e, se pensiamo che con 20 bottiglie in PET è possibile ottenere una calda e morbida coperta in pile, ne potremmo produrre moltissime!

Infine, dato che la plastica è molto versatile, spesso viene unita ad altri materiali, come la carta e i metalli, dando vita ai cosiddetti “poliaccoppiati”, come ad esempio il contenitore del latte e dei succhi di frutta, ma anche la confezione dei biscotti. Mentre qualche anno fa era un po’ più difficile riciclare questo materiale, oggi quasi tutte le marche sono passate a un tipo di poliaccoppiato riciclabile. E quindi dove si butta? Cercheremo di capirlo nel prossimo articolo, imparando anche a leggere le etichette sulle confezioni.

DIFFERENZIARE LA PLASTICA: IL PERCORSO PER OTTENERE NUOVE RISORSE